Articles
Kapil intervista Avikal Costantino. Questa
e’ un’intervista del 2005 che presenta il lavoro
sull’Essenza ed in particolare la mappa delle Cinque
Qualita’ Universali dell’Essere chiamate nella
tradizione Sufi: Lataif. Presenta inoltre un training esperienziale
su queste qualita’ che si tiene nel 2006 e si terra’ nuovamente
nel 2007/08
La Pecora, la Tigre e l’inchiesta. In
questo articolo si parla di falsa identita’ e trasformazione
usando come traccia una vecchia storia zen della tigre che
credeva di essere una pecora.
La
passione di essere se stessi e gli ostacoli del cammino.
Affrontare il giudice interiore e’ una condizione necessaria
sul cammino di qualunque ricercatore.
KAPIL INTERVISTA AVIKAL COSTANTINO
K - CHE COS’E’ IL LAVORO SULL’ESSENZA?
A - E’ sicuramente una domanda non facile a cui rispondere,
perché definire l’essenza vuol dire definire l’essere,
e definire l’essere è impossibile. E’ molto
facile definire la personalità, visto che è falsa
ed è un’imitazione, ma definire l’essere è praticamente
impossibile. Il lavoro sull’essenza ha a che fare con
come l’Essere si manifesta attraverso delle qualità specifiche
universali che possiamo riconoscere in noi stessi, nelle altre
persone e in genere in tutta la realtà intorno a noi.
Il lavoro sull’essenza, così come è presentato
nel training, affronta ed include i vari livelli: personale,
relazionale e universale.
Il primo di questi livelli è il lavoro attraverso i
Lataif. Lataif è una mappa creata originariamente dai
Sufi (ma si può trovare qualcosa di molto simile anche
nella tradizione Buddista Tibetana) che include quelle che
loro chiamano le manifestazioni sottili dell’essere.
Infatti Lataif è una parola araba che vuol dire “sottile”.
Queste manifestazioni sottili fondamentali sono 5, e sono:
la volontà, la forza, la pace, la compassione e la gioia
e corrispondono a 5 colori: il bianco, il rosso, il nero, il
verde e il giallo ed hanno anche centri specifici nel corpo.
Una seconda parte del lavoro sull’essenza, ha che fare
con il capire come queste qualità si manifestano originariamente
nelle diverse fasi di sviluppo del bambino, e come attraverso
il condizionamento familiare, sociale, religioso e così via,
perdiamo la connessione, il contatto con queste qualità,
e quali sono gli effetti di questa perdita. Quando perdiamo
il rapporto con l’essenza, quindi con la nostra vera
natura, e creiamo un’imitazione con cui ci identifichiamo:
la nostra personalita’. Essa e’ una falsa identità,
quella che viene chiamata “una fissazione”. Le
fissazioni sono raggruppate in una mappa, che è quella
dell’Enneagramma, che vuol dire appunto “9 tipi”,
e questa è un’altra parte di questo lavoro sull’essenza
che e’ usato per chiarificare gli elementi di meccanicità del
nostro comportamento.
Un terzo elemento fondamentale del lavoro sull’essenza è il
lavoro con il Superego, quindi il lavoro con il Giudice Interiore,
che diventa il guardiano interno, e spesso anche esterno, della
nostra personalità, dello status quo. Questa parte include
una fusione della comprensione dello sviluppo essenziale la
psicologica classica, fondamentalmente quella Freudiana, di
rapporto tra Ego, Super-Ego e di quello che Freud chiama Id,
cioè gli impulsi. Naturalmente fare una cosa del genere
in 25 giorni è un’impresa (ride). Questo lavoro è stato
passato a me e a Rafia da uno dei creatori, dei fondatori di
questo lavoro sull’essenza, Faisal Muqaddam, che lo ha
creato insieme ad Almaas, a metà circa degli anni 70
e che adesso è il direttore del Diamond Logos. Quando
Faisal ha passato a noi questo approccio lo ha definito “high-tech
spirituality”, cioè spiritualità di alta
tecnologia. Ed effettivamente la sintesi di tutti quanti questi
elementi a cui prima ho accennato, permette di creare uno strumento
di comprensione della nostra realtà interiore che è estremamente
preciso. Il lavoro sull’essenza come noi lo proponiamo è stato,
nella mia esperienza personale, e può essere, un ponte
tra la terapia e la meditazione. Se volete anche un ponte tra
la personalità e lo spirito.
K - A CHI E’ RIVOLTO QUESTO TRAINING SULL’EZZENZA?
A - Intanto, ci tengo a dirlo, è un training esperienziale
sull’essenza. Esperienziale sull’essenza vuol dire
che questo training ha come scopo fondamentale quello di dare
ai partecipanti degli strumenti per comprendere e fare l’esperienza
delle qualità essenziali fondamentali. Quello che dicevo
prima: la pace, la gioia, la compassione, la forza e la volontà.
Non si tratta semplicemente di avere informazioni o di avere
delle definizioni, si tratta si riconoscere come in ognuno
di noi si manifestano queste qualità universali, e come
queste qualità universali assumono anche connotazioni
personali e uniche, a seconda della persona in cui si manifestano.
Quindi possiamo vedere noi stessi ognuno come un cocktail diverso,
che ha tutti questi elementi all’interno, che sono appunto
universali, per cui li ritroviamo in te, in me, in tutti quanti,
però ogni cocktail, ogni mescolanza, è leggermente
diversa, o molto diversa, dalle altre. Allora diciamo che la
cosa fondamentale è avere la capacità di usare
la personalità e le tematiche della personalità in
maniera creativa, costruttiva, inclusiva, per passare attraverso
queste tematiche a un’esperienza dell’essenza.
Questo è già un modo di avvicinare le personalità molto
diverso dal solito, nel senso che in questo insegnamento la
personalità non è vista come qualcosa che va
rifiutato, qualcosa che è sbagliato, qualcosa contro
cui combattere, ma è vista semplicemente come un tentativo
inconscio del nostro sistema di riproporre, di rimanifestare
qualità essenziali con cui abbiamo perso il contatto.
E allora, se noi capiamo la personalità invece di lottarci
contro, se noi riduciamo la conflittualità o addirittura
togliamo di mezzo la conflittualità con la personalità,
possiamo usarla per rientrare in contatto con delle qualità essenziali.
E lo possiamo fare attraverso delle aperture particolari, che
esistono nella personalità, e che in questo sistema
vengono chiamate “i buchi”. Questi buchi
sono delle sensazioni di mancanza, di assenza, di cui tutti
noi facciamo esperienza nella nostra vita, spesso non sapendo
cosa è che ci manca, cosa è che è assente.
Quando noi, invece di rifiutare questa sensazione, ci stiamo
dentro e investighiamo, facciamo inchiesta su che cos’è questa
sensazione, su com’è che si manifesta in noi,
allora possiamo usare questa porta per ricollegarci con la
qualità essenziale con la quale abbiamo originariamente
perso connessione. Faccio un esempio: l’avidità.
L’avidità è una cosa che tutti condannano.
Tutti dicono: l’avidità è sbagliata, non
bisogna essere avidi, e così via. Però la realtà è che
in un modo o nell’altro, siamo tutti avidi. Ci sono quelli
che sono avidi di denaro, ci sono quelli che sono avidi di
successo, ci sono quelli che sono avidi di amore, ci sono quelli
che sono avidi di passione, ci sono quelli che sono avidi di
spiritualità e illuminazione e così via. Condannare
l’avidità, semplicemente dicendo che è una
cosa sbagliata, non serve fondamentalmente a niente se non
a farci sentire in colpa e a negare qualcosa che c’è.
Allora una domanda molto più intelligente è quella
di chiedersi “Come mai c’è questa avidità?
Cosa c’è dietro a questo desiderio di possedere,
di avere, sia che siano cose materiali, sia che siano cose
immateriali, cos’è questa voglia di avere?” Ora,
se noi indaghiamo profondamente e andiamo dentro questo buco,
in cui sentiamo che ci manca qualcosa, quindi vogliamo qualcos’altro,
abbiamo il bisogno di possedere qualcosa o qualcuno, stando
lì e ricercando, prima o poi finiremo nel ricollegarci
con quella che è una memoria profonda del fatto che
noi, quando siamo nati, e nei primi mesi di vita, eravamo
tutto. Non avevamo niente, ma eravamo tutto. Cioè c’era
una completa unità a livello dell’essere.
Questa unità è stata distorta, è stata
danneggiata, per cui cerchiamo di ricostruire questa unità possedendo
oggetti, quindi avendo cose, invece che essendo noi. Allora
dietro l’avidità in realtà ci stà un
senso dell’unità dell’esistenza. Allora è chiaro
che se noi condanniamo questa cosa che succede nella personalità,
l’avidità, non riusciremo mai a capire cosa è che
si nasconde dietro, qual è la qualità essenziale
che in realtà noi vogliamo riconquistare o con cui vogliamo
riconnetterci.
La domanda era anche a chi e’ rivolto, giusto? Fondamentalmente è rivolto
a tutti quanti, a tutti coloro che vogliono avere un’esperienza
più diretta, e anche piu’ profonda, di quello
che è il proprio essere e di come questo essere si manifesta
in modi differenziati. Si rivolge a coloro che hanno la chiara
sensazione che c’è di più nell’esistenza
di quello che sembra esserci offerto dalla vita quotidiana. Si
rivolge sicuramente a terapisti, a persone che lavorano con
altre persone, in quanto gli può permettere, non soltanto
di avere un’esperienza personale di qualità essenziali,
ma anche di essere in grado di imparare a riconoscere come
queste qualità esistono nelle altre persone, e imparare
a sostenere queste qualità in se stessi, e quindi anche
negli altri. Si rivolge a persone che sono sia terapisti nella
maniera classica, tipo psicologi, o psicanalisti e persone
del genere, sia a terapisti del corpo, nel senso che le qualità essenziali
non sono delle astrazioni, non sono delle qualità astratte
mentali o ideali, sono delle presenze energetiche e anche con
qualità proprio fisiche. Per cui per esempio, la qualità essenziale
dell’oro o della fusione, è una qualità fondamentale
che può essere utilizzata per ristabilire e pacificare
il sistema nervoso. Mentre invece la qualità rossa o
la qualità della forza è molto utile per tutto
quanto riguarda il sistema muscolare. E così via. Il
bianco ha a che fare con la spina dorsale, ha a che fare con
particolari organi. Per cui ogni qualità essenziale
esiste fisicamente nel corpo, non è un’astrazione,
e quindi può essere usata per indirizzare in un modo
particolare la ricerca attraverso il lavoro nel corpo. O anche
per attivare particolari forme di guarigione, anche per risolvere
particolari patologie a livello fisico. Per esempio, noi sappiamo,
usando questo sistema, che la maggioranza delle malattie che
hanno a che fare con la pelle, hanno a che fare con quello
che noi chiamiamo lo strato della fusione negativa con la madre.
Che è uno strato particolarmente importante formatosi
nei primi 3, 4 mesi di sviluppo dell’infante, e che ha
a che fare con la qualità rossa, l’essenza rossa
e l’essenza gialla. Per cui lavorando sull’essenza
si può, da un’altra direzione, intervenire sul
corpo e sull’origine di tutta una serie di disfunzioni
a livello fisico.
K - QUALI SONO GLI EFFETTI O I BENEFICI, A PARTE QUELLI CHE
HAI GIA’ DESCRITTO, PUO’ AVERE QUESTO TIPO DI TRAINING
SULLE PERSONE?
A – Innanzitutto parlo della mia esperienza personale,
oltre a quello che ho visto nelle persone intorno a me e a
cui ho fatto formazione in questi ultimi 7-8 anni. Questa mappa,
questa comprensione, dà un grande senso di rilassamento
e di pace interiore. Il fatto di smettere di vedere la personalità come
qualcosa di negativo, di sbagliato, contro cui combattere,
con cui incazzarsi, da rifiutare, e così via, ma semplicemente
vedendola come un tentativo infantile, distorto, di ritornare
a casa, di ricreare una connessione con l’essenza, può dare
un rilassamento profondo, perchè toglie di mezzo uno
dei conflitti, forse il conflitto principale che noi abbiamo:
il fatto di voler tornare a casa e di combattere contro noi
stessi per farlo. Questo superamento di un conflitto tra personalità,
falsa identità e identità Essenziale, crea un’enorme
rilassamento e accelera enormemente il processo di crescita.
Perché togliamo di mezzo quello che è un freno
fondamentale, cioè il fatto di rifiutare ciò che
noi sembriamo essere nella personalità. Mentre invece
il fatto di lavorare con l’essenza nei modi che ho tracciato
prima, ci permette di capire perché siamo in un certo
modo, perché funzioniamo in un certo modo, e come usare
questo funzionamento per rientrare in contatto con la nostra
vera natura.
L’altro beneficio che sicuramente è quello fondamentale è che
quando noi apriamo le porte all’essere…(ride)
l’Essere arriva. L’Essere arriva, e comincia a
fare il lavoro per noi, nel senso che quanto più si
manifesta l’Essenza tanto meno c’è bisogno
per noi di fare qualunque cosa, ma si lascia proprio che siano
le qualità essenziali a fare ciò che c’è bisogno.
Io ricordo per esempio quando ho fatto il mio primo training
con Faisal, che ricevetti una sessione durante il training,
e dopo pochi secondi che la sessione era cominciata, andai
a finire immediatamente nell’essenza nera, nell’essenza
della pace e del potere personale. Alla fine della sessione
Faisal mi dette quello che io considero uno dei consigli migliori
che ho mai ricevuto, poiché mi disse: “Tu da adesso
in poi non fai più i conti con nessuna tematica. Semplicemente
vai nell’essenza nera e lascia che l’essenza lo
faccia per te.” Ed è proprio così. Cioè,
nel senso che una volta che noi apriamo le porte all’essere,
l’essere ci riempie di doni, di gioielli, di possibilità,
che magari fino a qualche momento prima sembravano assolutamente
impossibili.
Un terzo elemento, che è successo a me ma che ho visto
succedere a molte persone coinvolte con questo lavoro, è che
all’improvviso tutta una serie di elementi di comprensione
che sembravano sparsi qui e lì, cominciano a collegarsi
l’uno con l’altro. Quindi, l’essenza funziona
come una specie di internet interiore, che comincia a ricollegare
tutta una serie di aspetti della nostra esperienza che apparentemente
sembrano distaccati. Così come avviene quando uno fa
una buona sessione di Cranio-sacrale, che arriva lì e
sente la gamba separata dal naso, il naso separato dal polmone,
il polmone separato dal ginocchio, il ginocchio separato dal
culo, e così via, e alla fine della sessione uno dice “Ah,
il mio corpo è intero!”. La stessa cosa avviene
attraverso l’essenza: l’essenza crea unità.
Ed è ovviamente un’esperienza meravigliosa. E’ un’unità tra
la personalità e l’essere, il relativo e l’assoluto,
il manifesto e il non manifesto.
K – ALLORA AVIKAL, HAI MOLTI ANNI DI ESPERIENZA DI LAVORO
SUL COPRO, COME SI PUO’ INTEGRARE QUESTO TIPO DI LAVORO
CON UN QUALSIASI TIPO DI LAVORO SUL CORPO, IN QUESTO CASO IL
CRANIO-SACRALE, MA PUO’ ESSERE LO SHIATSU, O IL REBALANCING,
O L’HARA, ?
A – Allora, fammi partire al contrario, cioè nel
senso che proprio pochi giorni fa, alla fine di un altro gruppo
che fa parte del lavoro sull’essenza, io domandavo a
me stesso cos’è che mi aveva aiutato in questi
anni a trovare un rapporto così velocemente con questo
lavoro. E anche con la manifestazione pratica, momento per
momento, delle mie qualità essenziali. E la risposta
era, il mio rapporto con il mio corpo. Cioè il fatto
di aver fatto tanto lavoro sul corpo mi ha permesso, mi permette,
di avere un rapporto con l’essenza che non è astratto,
non è teorico, non è ideologico, è fisico, è presente
nel corpo. La forza e la volontà e la compassione non
sono un’astrazione, non sono dei buoni ideali del buon
sannyasin, del buon cristiano o della buona persona, sono manifestazioni
reali che esistono a livello fisico, energetico, emozionale,
mentale, spirituale, in noi. E ovviamente, visto che viviamo
in un corpo, il fatto di poterle sentire a livello fisico,
ci permette di averci un rapporto molto più intimo.
Avere un rapporto con la mia anima a livello fisico, è possibile.
Non è un’idea, l’anima non è un’idea.
L’anima è una manifestazione del flusso della
consapevolezza momento per momento, nel corpo. E quindi questo è nelle
cellule. Il fatto di avere un rapporto buono con il proprio
corpo, o di lavorare con il proprio corpo o con i corpi altrui,
accelera enormemente la comprensione della presenza dell’essenza.
E viceversa. Nel senso che quando noi cominciamo a sentire
la presenza di qualità come la compassione, o la guida,
o il valore, a livello fisico, è una beatitudine, è un’estasi, è una
sensazione di grande pienezza e di grande realtà. Cioè,
sappiamo, cominciamo a sentire che siamo veri. Che al di là delle
maschere che portiamo, e al di là della falsa personalità,
al di là dell’identificazione con queste cose
fasulle, c’è qualcosa in noi che è assolutamente
vero, reale, presente, che può essere sentito, percepito,
e usato, condiviso. Si, proprio a livello del corpo fisico.
E toccato. Per cui, per esempio, una parte dell’insegnamento
dell’essenza ha a che fare proprio con la maniera in
cui diverse qualità essenziali si manifestano nel corpo
fisico, attraverso degli strati. Ricordiamoci anche che allo
stesso tempo il nome Lataif di questa mappa vuol dire “i
sottili”. Quindi vuol dire anche che, attraverso il lavoro
con l’essenza, si aprono dei canali di percezione a livello
interiore ma anche esterno, che ci fanno vedere, sentire, toccare,
una realtà diversa da quella a cui normalmente siamo
abituati. Che per esempio è molto facile toccare in
un bambino, quando ancora è molto piccolo. Ed è molto
più difficile toccarlo, sentirlo e vederlo, in un corpo
irrigidito, in una mente e in un cuore irrigidito di un adulto.
Ma in un bambino è molto più facile vedere, ad
esempio, la forza. O vedere la curiosità e la gioia.
Sono evidenti, si possono sentire toccando il corpo fisico,
questo movimento di champagne, di bollicine che esiste dentro
il corpo di un bebè. In noi lo sentiamo, per esempio,
in momenti di amore, in momenti di meditazione, in momenti
di grande presenza. In genere non sono molto percepite le qualità essenziali.
Però le abbiamo, le conosciamo, si tratta solo di riconnetterci
esse.
LA PECORA, LA TIGRE E L’INCHIESTA
Probabilmente conosci la storia della tigre che credeva di
essere una pecora; Osho ha usato molte volte questa parabola
nei suoi discorsi.
E’ la storia di un cucciolo di tigre che, rimasto orfano,
cresce in mezzo ad un gregge di pecore convinto di essere una
di loro.
Questa confusione d’identita’ non e’ rara
anzi, e’ la norma.
Noi tutti viviamo in questa confusione di base rispetto alla
nostra natura. Abbiamo un nome, abbiamo un genere, siamo nati
da qualche parte, abbiamo certi parenti e cultura e religione,
abbiamo cose che ci piacciono e cose che non ci vanno, abbiamo “la
nostra vita”, “la nostra storia personale” e
crediamo, spesso anche dopo molti anni di meditazione, che
quelle cose sono cio’ che siamo.
Parliamo con la voce delle pecore, ci vestiamo con abiti da
pecora, abbiamo lavori da pecore e quando siamo nei guai andiamo
a fare terapia per pecore e dove una pecora terapista ci dice
che abbiamo un problema di identita’ e che se respiriamo
di piu’ o lasciamo andare un po’ le emozioni o
facciamo qualche anno di analisi, alla fine saremo pecore migliori
e probabilmente risolveremo i nostri problemi di codipendenza
con altre pecore.
Quando niente funziona veramente, allora corriamo da una maga
che ci legga i tarocchi o, meglio ancora, ci facciamo fare
una bella sessione di channeling: qualunque cosa purche’ ci
dicano cosa fare, dove siamo e soprattutto CHI siamo. Cosi’ possiamo
respirare di nuovo, almeno per un po’.
Sfortunatamente, quell senso profondo di essere fuori posto,
quella sensazione di non appartenenza e di isolamento non ci
abbandonano, senza riguardo a quanti cerotti ci mettiamo sopra.
Da qualche parte nella profondita’ del nostro cuore
abbiamo sempre saputo che c’e’ qualcosa di strano
in questa storia di pecore ma non abbiamo mai avuto il tempo
o un’intenzione chiara di guardarci dentro, una volta
per tutte.
Si, sappiamo che siamo stati condizionati, programmatic, feriti,
usati e abusati e tutte quelle altre cose che fanno parte dell’essere
nati in una famiglia su questo pianeta e abbiamo passato un
sacco di tempo, e speso un sacco di soldi e energia, a guardarci
dentro e cercare di capire cos’e’ che non va e
si’, le nostre vite sono forse piu’ piene e soddisfacenti
e abbiamo accettato un po’ cio’ che siamo ma: CHI
SONO IO?
Ho sentito Osho dire che e’ con questa domanda che tutto
realmente inizia.
Quando posso guardare le mie storie e tutto cio’ (incluso
essere un “ricercatore”) che compone “la
mia vita” e semplicemente riconoscere che non so, che
non ho la benche’ minima idea di “chi sono io”,
allora, proprio in quell momento il mio viaggio fa un salto
quantico.
La realizzazione che:”IO NON SO CHI SONO” immediatamente
implica che non so chi e’ l’altro, o la vita, o
la liberta’ , o l’amore, o la verita’ e che
sto vivendo con una falsa identita’ in mezzo ad altri
che vivono nella stessa ignoranza, cercando di risolvere
falsi problemi e trovando false soluzioni.
Immediatamente arriva la comprensione che cio’ che io
credo essere “ME” e la “MIA VITA” sono
concetti piu’ sotttili dell’aria che stai respirando
in questo momento.
La storia continua con una vecchia tigre che vedendo il tigrotto
che si muove in mezzo al gregge lo insegue e lo spinge a specchiarsi
in un lago perche’ veda che lui e la vecchia tigre sono
simili.
Questo e’ cio’ che fa il Maestro. Con le sue parole
e i suoi silenzi, con il suo toglierti tutti i tuoi ideali
e concetti, con lo spingerti o il sedurti a guardare la tua
imagine e la falsa personalita’ con cui ti vesti.
E lo scopo finale di tutto cio’ e’ portarci sul
terreno fondamentale: “CHI SONO IO?”
Quando finalmente il non-sapere e’ riconosciuto e digerito
allora L’INCHIESTA diviene la motivazione di ogni momento:
un’apertura a quella che e’ la nostra esperienza
qui/ora, libera, spontanea, piena d’innocenza.
Inchiesta non e’ un’atteggiamento di analisi di
tutto cio’ che avviene cercando di capirne il senso,
inchiesta e’ il succo della nostra presenza, e’ intrinseca
al nostro essere presenti. E’ sorpresa e curiosita’ e
un desiderio di essere cosi’ vicini a cio’ che
e’ che non abbiamo bisogno di aggrapparci a pregiudizi,
giudizi o posizioni, possiamo essere aperti e disponibili all’esperienza.
Inchiesta non cerca risposte, sistemi, rivelazioni ultime,
inchiesta ci apre all’ESPERIENZA DIRETTA di chi siamo
momento dopo momento e ci insegna a rilassarci e godere.
Allora un profondo ruggito di soddisfazione nascera’ dalla
tua gola quando meno te lo aspetti.
Una barzelletta:
Un affollato volo dell’Alitalia fu cancellato.
Una singola agente stava rivedendo le prenotazioni per una
lunga coda di clienti. All’improviso un passeggero molto
incazzato si fa strada fino al bancone e, sbattendovi sopra
il suo biglietto esclama: “IO DEVO essere su questo volo
e deve essere IN PRIMA CLASSE!”.
L’agente rispose:” Mi dispiace signore. Saro’ molto
contenta di accontentarla appena finito con queste persone.”
Il passeggero, per niente impressionato disse a voce alta,
per essere sentito da tutti ; “MA LEI LO SA CHI SONO
IO?”
Senza esitazione l’agente dell’Alitalia sorridendo
afferro’ il microfono per le comunicazioni pubbliche: “ La
vostra attenzione per favore, Abbiamo qui all’uscita
14 un passeggero che non sa chi e’. Se c’e’ qualcuno
che puo’ aiutarlo a trovare la sua identita’ venga
a questa uscita”.
Mentre la gente dietro di lui se la rideva a crepapelle il
passeggero disse tra i denti “ Fottiti”.
Senza scomporsi la signorina sorrise e disse:
“Mi spiace signore ma anche per questo dovra’ mettersi
in fila!”.
………E LA MIA VITA DI OGNI GIORNO?
Cosa succede allora ai miei problemi, le mie tematiche, le
mie passioni, il mio amore e I mie aneliti, le mie relazioni
e tutto cio’ che chiamo vita? Cosa succede a tutte quelle
belle cose a cui sono tanto attaccato?
La cosa strana e’ che tutte quelle cose diventano nostre
amiche.
Quando io lentamente lascio andare le idee e i concetti su
chi credo di essere e apertamente mi impegno nell’inchiesta,
un sacco di pesantezza – quella che in momenti disperati
chiamiamo “la mia merda” – scompare.
Tutte queste COSE che sembrano riempire la mia vita tirandola
qui e li’ cominciano ad apparire non piu’ come
ostacoli e impedimenti ma piuttosto come opportunita’ e
possibilita’, porte che ci aprono una piu’ profonda
intimita’ con noi stessi.
Nell’esperienza vissuta del Vuoto che io sono, tutte
queste COSE divengono pietre che lastricano il tuo camino,
fiori ai bordi della strada, cancelli verso nuove capacita’,
riflessi che l’Essere ci offre per conoscere noi stessi.
E ognuna di esse e’ SCONOSCIUTA e di ognuna posso fare
l’esperienza e ognuna e’ parte di quello/chi sono
io in questo momento.
Una grande integrazione avviene attraverso l’inchiesta.
Un’integrazione che include la pecora e la tigre e il
topo
e qualunque cosa si manifesti e tutto questo sono io, tu, noi.
LA PASSIONE DI ESSERE SE STESSI E GLI OSTACOLI DEL CAMMINO.
Se anche tu sei uno di quelli con questa folle passione di
essere te stesso e sei stato morso dalla curiosità e
ti trovi quindi a farti domande qua e là e, soprattutto,
se ti domandi cose come: ”Chi sono io?, Che ci faccio
qui?, Cos’è l’amore?”,.sta attento
perché dovrai fare i conti con Medusa prima di essere
ammesso al prossimo livello.
Lei è il mostro del giudizio e del pregiudizio che
sbarra la strada alla possibilità di fare l’esperienza
diretta di se stessi e della realtà. Usa strumenti come
il senso di colpa, la vergogna, le opinioni, i criteri di comportamento
ed altro ancora. Mi ricordo che avevo 12 o 13 anni quando per
la prima volta mi accorsi della presenza del mostro dentro
di me. Stavo camminando nelle strade di Venezia quando sentii
qualcosa di simile ad un muro che mi circondava: un muro che
creava una barriera invisibile tra me e gli altri ed una bufera
dentro i suoi confini.
Molti anni dopo capii che quel muro era uno dei sintomi della
presenza di Medusa. Molti anni dopo avevo raccolto sufficiente
comprensione e capacità per essere in grado di riconoscere
la presenza del giudice interiore, i suoi attacchi, le sue
strategie, le sue funzioni e soprattutto il dolore e la separazione
che crea.
Com’è che questo mostro, anche chiamato superego,
il critico interiore o il cane che abbaia, mantiene il controllo?
Osserva questo momento e nota la tua esperienza: forse è il
modo in cui sei seduta, o la sensazione dello schermo di fronte
a te e delle lettere delle parole, o la luce e i suoni intorno
a te…qualunque cosa sia, puoi notare che immediatamente
vi è la presenza di un commento collegato alla tua esperienza: “mi
piace, non mi piace, è buono, non lo è, mi fa
sentire bene” o qualunque altro giudizio, valutazione
o paragone. Il mostro è in azione: non ci lascia mai
soli, è sempre lì a commentare, valutare ed elaborare.
Appena facciamo I conti con un giudizio e creiamo un pò di
spazio, se ne presenta un altro. Togliamo di mezzo un pregiudizio
e compare il paragonarsi.
Come nel mito, quando l’eroe taglia un serpente dalla
testa di Medusa immediatamente ne cresce un altro e probabilmente,
come nel mito, possiamo essere liberi solo tagliando la testa.
Ma non lo facciamo, al contrario, facciamo di tutto per far
finta che il giudice non esista, per negare la sua presenza.
Perché? Sopravvivenza è la semplice
risposta. Siamo convinti nel profondo dell’essere che
non possiamo sopravvivere senza il giudice.
Il superego, che Osho chiama coscienza, è l’internalizzazione
dei nostri genitori e di tutte le figure d’autorità del
nostro passato e ci serve per garantire e mantenere la nostra
sopravvivenza ed una certa salute mentale.
Ma, come sappiamo, sopravvivere e vivere non sono la stessa
cosa.
Lavorando con le persone e condividendo con amici ho avuto
modo di osservare chiaramente che anche dopo anni e anni di
meditazione e ricerca eravamo ancora nella prigione, appesantiti
e sminuiti dalla presenza di questa agenzia coercitiva interna.
Riconobbi tutto ciò anche osservando la mia paura e
rabbia durante la pratica delle arti marziali, in molti anni
di lavoro sull’Hara ed infine nel lavoro con Faisal Muqaddam
e il Diamond Logos Teachings.
Diventò anche chiaro che non c’è risoluzione
possibile di alcun conflitto interno (che sono sempre conflitti
tra Ego e Superego) senza uscire radicalmente dalla negazione
enorme della presenza del giudice e senza un confronto diretto
con lui. Una volontà incrollabile d’essere libero.
Nella tradizione mistica uno dei miti di questo scontro è la
battaglia tra Davide e Golia.
Allora, è la testa della medusa che va tagliata.
Abbiamo bisogno di una spada. Per fortuna non dobbiamo cercare
tanto perché l’abbiamo già: la nostra consapevolezza.
Ma presto ti accorgi che è inutile avere una spada
se non sai usarla, devi praticare.
Questa pratica è l’auto-inchiesta: significa
che decidi che hai una missione – muoverti al prossimo
livello - e che sei pronto a reclamare le ricchezze e l’abbondanza,
i regali e la bellezza e tutte le sorprese che questa vita
ti offre e che è arrivata l’ora di guardare il
mostro in faccia.
Ciò che produce l’auto-inchiesta è la
comprensione. Comprensione non sul fatto che i giudizi siano
giusti o sbagliati ma piuttosto del meccanismo psichico che
li manifesta, li sostiene e del loro funzionamento. Attraverso
l’auto-inchiesta arriva la realizzazione che ogni volta
che “sei te stesso” si attiva il meccanismo e,
attraverso varie forme di punizione (colpa, vergogna, sminuirsi
ecc.), ti ritira verso “come dovresti essere” (bello,
intelligente, gentile, spirituale, sexy, di successo, magro,
forte, illuminato e tutti gli altri attributi che ti vengono
in mente).
Una volta che capiamo veramente come funziona il meccanismo
e come ci attacchiamo ad esso, allora possiamo smettere di
perdere il nostro tempo con i singoli giudizi (i serpenti)
e siamo pronti ad usare la spada e tagliare la testa di Medusa.
L’ultima cosa di cui hai bisogno è d’imparare
a stare allerta così da poter accorgerti quando Medusa
ti attacca. Per essere allerta hai bisogno di essere presente
ed il modo più facile per esserlo è stare nel
corpo. Di nuovo puoi usare l’auto-inchiesta per imparare
a portare questa presenza nel corpo domandandoti il più spesso
possibile : Qual è la mia esperienza del mio corpo in
questo momento?” così che ogni pensiero, ogni
emozione o percezione sia riconosciuta nella sua manifestazione
fisica in questo famoso qui/ora.
Allora un giorno sei qui, presente nel corpo, allerta, con
la spada della tua consapevolezza che brilla tagliente, e ti
senti radicato e centrato e fiducioso perché ti sei
allenato con dedizione e passione e vedi Medusa che si avvicina
con il fuoco nei suoi occhi e ad un tratto tutto r a l l e
n t a i n s i e m e a l t u o r
e s p i r o e tutto diviene così chiaro e definito
come in un mattino cristallino sulla montagna, e tu ti lasci
andare in questo momento… e senti così forte
in te quel folle desiderio di essere te stesso…e elevi
la tua spada, ti fermi a mezz’aria e, all’improvviso,
riconosci anche in Medusa un’opportunità per praticare
presenza.
Il fatto stesso di tornare al momento presente, il fatto stesso
di coltivare la nostra attenzione e lo stare allerta, ci porta
dove non abbiamo neppure bisogno di usare la spada e uccidere
Medusa.
I maestri Zen chiamano medusa il “Cane che abbaia”.
Quando siamo presenti e allerta il cane può abbaiare
ma non ci sono ripercussioni in noi o la necessità di
interagire o difenderci dagli attacchi del superego. Abbaiare è la
natura del cane così come giudicare e avere pregiudizi è la
natura del superego. Non abbiamo bisogno di cambiarlo e non
abbiamo bisogno di ascoltarlo. Una rilassata presenza prende
il posto della negazione, essere allerta prende il posto della
reattività. Trascendiamo integrando.
In tutti i miei anni da ricercatore non ero mai venuto in
contatto con alcun corso che trattasse specificamente del superego. È certamente
presente in approcci terapeutici come Primal e Fisher-Hoffman
ed è uno degli ostacoli principali da superare in processi
radicali quali Satori e il Path of Love, ma in nessuno di questi
gruppi la presenza del giudice viene affrontata direttamente.
Fu attraverso la mia associazione con Faisal Muqaddam e il
Diamond Logos Teachings che nel 1997 ebbi chiara la necessità di
creare un percorso specifico sul giudice interiore e la sua
relazione con l’ego.
Oltre a regolare la sopravvivenza, la funzione principale
del superego è mantenere lo status quo creando confini
con cui ci identifichiamo. L’esperienza di “spazio” che
abbiamo a volte ha a che fare con la caduta o dissoluzione
temporanea di uno o più confini e del giudice. In quello
spazio
l’Esistenza, l’Essere, Dio, l’Assoluto,
ci inonda e riempie e per un attimo siamo di nuovo riconnessi
con la nostra vera natura.
Ho creato allora un gruppo nel quale la presenza del giudice
può essere svelata, capita e trasformata.
Primo passo: accettare che il giudice dirige la nostra vita
attraverso giudizi, opinioni, criteri, pregiudizi, ecc. e diventare
consapevoli dell’ambiente limitato in cui viviamo e
delle strategie di controllo.
Secondo passo: capire perché abbiamo un superego, come
si è formato, quali sono le sue funzioni e come, dove
e quando ne abbiamo bisogno.
Terzo passo: imparare a difendersi consapevolmente dagli attacchi
e le manipolazioni del superego e a dis-identificarsi sia dal
superego (il genitore internalizzato che attacca) e l’ego
(il bambino che reagisce).
Quarto passo: spostare l’attenzione alla vera guida
interiore. Riconnetterci con la capacità dell’esperienza
diretta e la conoscenza oggettiva. Osho chiama questo il movimento
dalla coscienza alla consapevolezza.
“Non c’è alcun bisogno di sviluppare una
coscienza. Ciò di cui abbiamo bisogno è consapevolezza
non coscienza. Coscienza è una cosa falsa. La coscienza è creata
dalla società, è un metodo sottile di schiavitù.
La società ti insegna cosa è giusto e cosa è sbagliato
e comincia ad insegnare al bambino prima che egli sia consapevole,
prima che possa decidere da solo cosa è giusto e cosa è sbagliato,
prima che sia consapevole di cosa gli succede, prima che si
sia svegliato. Tutte quelle idee di genitori, di preti, d’insegnanti,
di politici e santi, tutte quelle idee si mescolano dentro
di lui e diventano la sua coscienza. E a causa di questa coscienza
egli non sarà mai in grado di sviluppare la consapevolezza,
perché questa coscienza è una pseudo consapevolezza.
E se tu sei soddisfatto con quello che è falso non penserai
mai a ciò che è reale….
Ogni volta fai qualcosa che la tua coscienza giudica sbagliato
ti senti in colpa, soffri, senti dolore dentro. Hai paura,
tremi, c’è ansietà. È la paura di
perdere il paradiso, è la paura dell’inferno,
la paura che potresti andare nell’inferno….questa è la
coscienza. La coscienza è arbitraria e artificiale.
La coscienza è necessaria alla società che non
ti vuole intelligente. E così invece di aiutarti ad
essere intelligente ti da regole, leggi e ti dice come comportarti:
non fare questo, non fare quello…..All’inizio
sarà difficile perché non avrai una mappa. La
mappa è contenuta nella coscienza. Ti dovrai muovere
senza una mappa, in territorio sconosciuto, senza istruzioni..
I vigliacchi non si possono muovere senza istruzioni, i vigliacchi
non si possono muovere senza mappe. E quando ti muovi con mappe
e istruzioni non puoi entrare in nuovi territori, in situazioni
sconosciute. Continui a muoverti nel conosciuto, non salti
mai nello sconosciuto. Solo il coraggio può abbandonare
la coscienza.
Coscienza vuol dire tutta la conoscenza che hai già e
consapevolezza vuol dire essere vuoto, completamente vuoto, e
muoversi nella vita con quel vuoto, guardando attraverso quel
vuoto e allora ogni azione ha una grazia incredibile. E tutto
ciò che fai è giusto.” (Osho, The Fish in
the Sea is not Thirsty, #11)
|