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Blog Ottobre - Dicembre 2015

Posted on Jul 11, 2016 by Avikal

18/10
Comprendi la polarità dell’esistenza e la Vita sarà tua.
Comprendi l’interdipendenza di tutto ciò che e’ e la Vita sarà un fluire armonioso ed eccitante.
Un principio fondamentale della vita in quest’universo e’ il principio di dualità/complementarietà, che vuol dire che ogni cosa esiste CONTEMPORANEAMENTE e IN MANIERA INTERDIPENDENTE con la sua polarità opposta.
Maschio/femmina, amore/odio, espansione/contrazione, calma/movimento, attrazione/repulsione, materia/spirito.
La mente ordinaria ha trasformato questa legge di dualità in dualismo. Mentre “dualità’ implica sincronica complementarietà ed interdipendenza, ‘dualismo’ implica negazione, opposizione, separazione e conflitto.
E’ nell’ILLUSIONE del dualismo che vive l’assoluta maggioranza dell’umanità’.
E’ nel desiderio/tentativo di risolvere questo conflitto che non esiste, che  ci affanniamo aggrovigliandoci  sempre di più nella rete dell’illusione.
La paura primaria che sostiene questo rifiuto di riconoscere l’essenziale  contemporaneità e interdipendenza degli opposti e’ la PAURA DELLA NOSTRA VULNERABILITA’.
Abbiamo sentito dire da poeti, mistici, filosofi, scienziati, addirittura da santi, che amore e odio si trovano sempre insieme, che Dio e il mondo sono la stessa cosa, che nel femminile e’ presente il principio maschile e viceversa, eppure sembra impossibile integrare questa comprensione nella nostra vita quotidiana.
Eppure possiamo riconoscere facilmente che in ogni inspirazione c’e’ l’inizio dell’espirazione e che non e’ possibile avere solo l’una senza l’altra. Possiamo vedere che quando andiamo su e tocchiamo i picchi della gioia sempre segue una valle e che sono due fenomeni inseparabili. Possiamo facilmente sentire come il dolce rilassamento della fusione e’ tutt’uno con il picco dell’eccitazione.
Accettare completamente questa realtà di non separazione vuol dire ammettere a noi stessi che nella vita non esistono confini o linee di demarcazione.
Vuol dire accettare che ogni nostra esperienza e’ aperta e indefinibile, che tutto e’ possibile ogni momento e che non abbiamo alcun controllo su noi stessi e la realtà che ci circonda.
E mentre questo era il nostro eccitante, energetico, misterioso stato di bambini, ora siamo come lumache che si portano appresso la loro casetta fatta di certezze di separazione e dualismo.
Naturalmente, possiamo sempre nasconderci nel guscio e sentirci, in qualche strano modo, protetti e soprattutto, INTOCCABILI. 

11/11
Ho cominciato a viaggiare che ero in fasce: sono stato portato in aereo per la prima volta a due mesi da Palermo a Venezia e da allora non ho mai smesso di viaggiare, fuori e dentro.
L’intensità’ del mio movimento fuori e’ sempre stata un riflesso dell’intensità del movimento dentro.
E’ da quando sono nato, e forse prima, che cerco.
Non ricordo un momento preciso in cui la ricerca e’ iniziata. Alcuni dicono che la ricerca e’ biologicamente ingranata  nel sistema e si vede fin da bebè nelle mani e le labbra che cercano il seno materno.
Su un piano più generale possiamo anche vedere che la ricerca e’ parte integrante del cambiamento, anzi e’ il cambiamento in atto. La trasformazione, la manifestazione dinamica dell’esistenza, non e’ cosa diversa dalla ricerca.
La mente crea una distinzione tra cercare e trovare ma, esistenzialmente, si tratta dello stesso fenomeno: il momento stesso in cui cerco io trovo, c’e’ una sincronicità indipendente dalla mente e dai suoi obiettivi. Quando separo la ricerca dall’oggetto cercato, posso vedere facilmente che ogni momento trovo qualcosa, magari e’ il vuoto invece della tetta o la collana che pende dal suo collo o l’odore della sua pelle o un ciuffo di capelli.
Forse crescere vuol dire includere la tetta in un universo più vasto e godere della sorpresa che ci e’ offerta un momento dopo l’altro.

15/11
A proposito del coraggio di domandare e della capacità di ricevere.
Ci siamo abituati così totalmente a quella voce interiore che ci dice di non domandare perché è segno di debolezza, che in ogni caso non riceveremo, che non sta bene, che è meglio essere indipendenti e così via, che abbiamo quasi completamente rimosso dalla nostra vista questa porta.
Qual è la trappola del domandare e cosa genera questa paura?
La trappola è la nostra aspettativa e la paura è la mancanza di controllo.
Cosa avviene, infatti,  quando domando?
Innanzitutto espongo la mia vulnerabilità attraverso l’espressione del mio desiderio e del mio bisogno.
Espongo anche la mia dipendenza.
Ma non è forse questo un atto di coraggio, il riconoscere quella dipendenza e il mettere a nudo il mio desiderio?
La mia esperienza è che quando ho il coraggio e l’innocenza di domandare senza aspettare una risposta di un certo tipo, senza attaccarmi ad un certo risultato, quando sono totalmente onesto nel mio chiedere e aperto a quello che verrà, quello che viene è in sintonia con ciò che chiedo e cade nel lago della mia disponibilità con naturalezza. Forse quel che arriva non è esattamente ciò che ho immaginato ma, la maggior parte delle volte, corrisponde ad un mio bisogno più profondo, magari non del tutto cosciente. Quando ho il coraggio di stare aperto a quello che mi è dato in risposta alla mia domanda, spessissimo ho notato che quella risposta risuona con una parte più profonda che non era stata neppure espressa nella domanda. E’ come se il domandare, quando viene dall’anima, facesse vibrare la realtà intorno a me in un modo che l’eco che essa mi manda lascia di lato le parole formulate e risponde al non detto, cadendo nel profondo del mio essere.
E’ stato osservando questo fenomeno che una fiducia profonda ha cominciato a manifestarsi in me. La cosa era chiara, non importava cosa e come domandassi, quello che contava era che domandassi dalle viscere, che fossi disposto a rischiare e saltare nell’ignoto di una risposta sconosciuta, che fossi aperto a qualunque risposta.
In quella disponibilità e in quell’apertura, la paura del rifiuto bruciava totalmente trasformandosi nella passione della domanda e nell’integrità del non aspettarsi nulla.
In quel fuoco ho sentito il coraggio prender forma ed il senso della completa libertà d’ogni attimo: libertà dal futuro, libertà dell’ignoto, libertà dell’imprevisto e del misterioso.
A questo punto un’altra faccenda divenne rilevante (e lo e’ ancora…): ricevere. 


21/11
Da quasi vent’anni facilito un percorso che si chiama “Le Dimensioni dell’Essere” centrato sulla rimembranza, esperienza e riconnessione con qualita’ fondamentali della nostra Vera Natura da cui ci siamo disconnessi nell’infanzia: volonta’, coraggio, bellezza, valore, amore, gioia, pace…
Una delle comprensioni base di quest’approccio e’ che la personalità (la maschera che ci serve per sopravvivere…) prende il posto dell’Essere cercando di imitarne le qualità. Allo stesso tempo la disconnessione con e la repressione nell’inconscio della nostra Essenza si manifestano come buchi che percepiamo come mancanza,  come senso di vuoto, e che cerchiamo di colmare in ogni modo possibile attraverso compensazioni come sesso, potere, successo, denaro, alcool, lavoro, relazioni, droghe, superattivismo, eccetera.
Questo concetto del “buco” e’ non solo affascinante ma anche molto utile nel mio lavoro. Il buco, infatti, e’ qualcosa che quasi tutti, prima o poi, percepiamo, energeticamente  o emozionalmente. e questo e’ un riscontro che ho  avuto dovunque facilito questo percorso, in Italia come in Scandinavia, in India come in Australia…
Allo stesso tempo ho osservato che pur mettendo in chiaro di continuo durante i training che il buco non va rifiutato ma usato come una porta sull’Essere, la mia esperienza e’ che la maggior parte delle persone, anche quando capiscono il bisogno di togliere le compensazioni ed utilizzare il buco per raggiungere l’Essenza, continuano fondamentalmente a rifiutarlo, a cercare di far finta che non ci sia, a sperare che scompaia.
E’ diffusa una visione romantica dell’esistenza e della spiritualità dove a un certo punto  (magari “dopo l’illuminazione” ) si vivra’ “felici e contenti” e senza buchi., come nelle favole.
L’idea di eliminare qualcosa  - i buchi - e’ ancora conflitto e separazione che rientrano dalla finestra e l’espressione di una visione dualistica dell’esistenza.
I buchi sono parte dell’Essere: l’Uno comprende anche i buchi come una casa comprende le porte. I buchi sono realmente i luoghi dove Essenza e personalità possono essere contattate con più facilità. I buchi sono opportunità per smuovere il velo dell’illusione e ricordare la nostra vera natura.
Per esempio, quando la personalità mi dice che non valgo niente e sento mancanza di valore, subito sotto c’è il tesoro del mio valore che scintilla.  Se mi fermo e ascolto e domando e faccio autoinchiesta e sento il frizzare della possibilità, posso - lentamente ma sicuramente -  riconoscere le immagini di me stesso che mi porto appresso, sentire come esse distorcono la mia percezione della realtà e il mio spazio interiore.
Il buco è una porta di comunicazione e una direzione d’inchiesta, e la manifestazione della bontà dell’Essere che ci ricorda la sua presenza.
Il buco non scompare: ciò che cambia è la nostra attitudine soggettiva nei suoi confronti. Il buco è riconosciuto, capito, accettato, integrato.
La resa  a “ciò che e’” è totale.

22/11
Presenza = meditazione = consapevolezza senza scelta.
Consapevolezza senza scelta non e’ un concetto bensi’ UNA PRATICA. Essere presenti senza scegliere vuol dire SMETTERE DI PARAGONARE, DI DIVIDERE, DIAFFERMARE CHE UNA COSA E’ MEGLIO DI UN’ALTRA.
La comprensione centrale al risveglio e’ SONO TUTTO CIO’ CHE C’E’, che vuol dire sono i miei buchi E i miei talenti, la mia luce E la mia ombra…non c’e’ spazio per questo O quello. C’e’ solo congiunzione dove TUTTO e’ celebrato.
Questo stato e’ lo stato che TRASCENDE ED INCLUDE che vuol dire evoluzione fondata su TRASECNDENZA CHE E’ LIBERAZIONE E INCLUSIONE CHE E’ CRESCITA.

24/11
I know nothing
I am nothing
Day beginning
As this simple glory?Laughing with the Kookaburras

25/11

I praise forgetfulness.
I praise the innocent, childlike capacity we have
of letting the world slip by without holding,
and the intuitive knowing that nothing matters.
That our prayer is just our living.
That our devotion is just laughing
and enjoying the fullness of our cup.
That we have no need to leave a mark on this planet.
Then, move lightly in this garden,
forget yourself, get lost.
And stay lost.

6/12?E’nella vita di ogni giorno che facciamo l’esperienza della verità.  Ogni attimo, evento, percezione è verità che si manifesta aprendosi come i petali di un fiore nella luce del mattino. Nel semplice esistere, io sono verità manifesta, sperimentata e conosciuta. Assoluta sincronicità e identità tra colui che sperimenta e l’esperienza, tra colui che conosce e il conosciuto.

10/12
The Gardener has been weeding,
turning the soil, moving rocks,
opening narrow pathways,
sending the rain to wash the dust
and the wind to spread the seeds,
sending the birds to sit on the branches
and sing their love,
sending the moon and the sun
to create shadows of silver and gold.
What did I do?
A small price it was to be paid:
I left behind the skin of my suffering and ignorance
and walked in naked,
radiant with the light of being.
Now I sit in the garden
and see him.


17/12

Uno dei concetti più controversi nella ricerca spirituale, nella religione  o nella filosofia ha a che fare con la domanda: “Ha l’uomo libertà di scelta?”.
Immediatamente, la formulazione stessa della domanda introduce il dualismo e crea un confine  che inevitabilmente  diviene una linea di battaglia.
Come direbbe un maestro Zen, “se dici sì ti bastono 30 volte. Se dici no ti bastono 30 volte”.
L’idea di scelta implica una riduzione della tua libertà. Infatti cos’è scegliere, se non dover prima di tutto limitare le possibilità ad un numero finito, per poi impegnarsi con tutte le forze a preferirne  e isolarne una?
Che tentativo folle il rinchiudere l’abbondanza immensa d’ogni attimo nella piccolezza della mente dualistica e che assurda illusione di controllo!
L’idea stessa di libera scelta si basa sulla paura di non essere liberi  e su un approccio infantile  alla vita e al nostro posto in essa.
Osserva cosa stai facendo in questo momento, e qualunque cosa sia domandati: “Ho scelto di farlo?”
Naturalmente la mente dirà di sì.
Osserva meglio e nota se c’è un punto in cui avviene una scelta di fare ciò che stai facendo: leggere, smettere di leggere, pensare, sentire il tuo corpo, decidere di andare al gabinetto o distrarti… Vedrai facilmente che questo momento di scelta non esiste, che non puoi isolare un pensiero e dire “Ora scelgo” perché immediatamente spunta la domanda: “Chi ha scelto questo pensiero di scegliere?”. Prova  a scegliere la tua prossima sensazione fisica. Prova a scegliere la tua prossima emozione o il tuo prossimo pensiero.
TUTTO AVVIENE!
Non solo non esiste scelta fatta da te, ma non esisti neppure tu. Se guardi bene non puoi trovare dentro un IO (un piccolo Giacomo, o Laura, o Francesca, o Giuseppe…) che,  separato da te, ti comandi e ti diriga  - magari seduto nel tuo cuore o nella tua testa dietro una scrivania con mille bottoni ora eccitandoti, ora facendoti sentire felice o depresso…...
‘Io’ è un concetto, un’idea, una finzione linguistica utile ad indicare quello che è ‘me’ e quello che e’ ‘non-me’. Quello che e’ dentro il confine primario della mia pelle e quello che e’ fuori.
Ma se non c’e’ Io, chi allora sarebbe in carica  nel fare le scelte?
Eppure  le scelte apparentemente avvengono - o sono solamente eventi che fluiscono per conto loro? Mi alzo e vado a bere, scrivo queste parole, sento la lavatrice che va ed ascolto…
Ma se Io non esisto, se dentro e’ vuoto, allora chi e’ consapevole? E’ possibile che sia la Vita? E’ possibile che Io sia uno strumento attraverso cui la Vita e’ consapevole?
E’ possibile che Io sia per l’esistenza ciò che gli occhi e le orecchie e la bocca e le mani ed il naso sono per me?
E’ possibile che sia la Vita a fare scelte attraverso di me?
E’ possibile che ciò che appare alla mente come opera dell’Ego sia invece il fluire  ininterrotto ed incontrollabile della Vita in questo sistema che chiamo IO?
Se e’ così, allora io non sono libero di scegliere, perché non esisto come entità separata ed allo stesso tempo esisto come quella assoluta potenzialità e’ totale libertà che e’ la Vita. Se ciò e’ vero, allora posso scegliere qualunque cosa perché e’ la Vita che sceglie attraverso di me.
E se sostituissi la parola Dio ad Esistenza o Vita?

18/12
Nella vita di ogni giorno questa questione della liberta’ puo’ essere confusa e dolorosa.
Se cerchiamo di “risolverla” attraverso la mente e la sua capacita’ limitata di comprensione siamo destinati al fallimento (come dice Suzukhi Roshi, la mente-scimmia che cerca di descrivere l’illuminazione!). Da quella prospettiva infatti esiste solo la dualita’: o sono libero o non lo sono, e/o una confusa gradazione di liberta’ basata su concetti dualistici. Nel contesto della mente la questione della liberta’, cosi’ come molte altre, resta un dilemma irrisolvibile e inconciliabile.
La “soluzione” sta:
nella realizzazione della liberta’ come paradosso e non dualita’ e quindi nella comprensione esistenziale della coesistenza: ?a. dell’illusione di liberta’ intrinseca all’illusione di esistere come un se’ separato che si manifesta nella costante ipnosi di “fare scelte’, senza avere la minima consapevolezza di chi le fa e se c’e’ veramente qualcuno che le possa fare   ?b. la liberta’ assoluta dell’essere che e’ “tutto cio’ che e’”. Questa liberta’ assoluta e’ impersonale, eterna, indefinibile, incominicabile.
nella pratica della:  ?a. rimembranza del paradosso (trascendenza)  ?b. la consapevolezza sempre piu’ precisa del dualismo in cui vive la forma (crescita).
Il paradosso ovviamente non puo’ essere “risolto”, ne’ ha bisogno di esserlo, puo’ soltanto essere vissuto e su come viverlo esistono decine di approcci espressioni di diverse scuole mistiche, piu’ o meno efficaci, piu’ o meno articolati e piu’ o meno eleganti.

19/12
I am resting in the hands of God.
She is cradling me in her lap
and lifts me to the stars with
a smile on her face.
Her touch melts my heart
and brings honey to my lips.
How much I do want you!
Not for a moment are you away,
not for a moment does this sweetest holding
betray me.
Not for a moment am I alone
or abandoned.

21/12
When you think you think your thought
Ask yourself “ Did I really choose to think it?”
When you feel you felt that feeling
Ask yourself “Did I really choose to feel it?”
When you sense that sensation
Ask yourself “Did I really choose to sense it?

You will see perhaps with a little wonder
That no sense or feeling or thought
Can be sensed felt or thought at your will
They all appear as gifts from the Void
You will never find a thinker, a feeler, a senser.

Whoops….!


22/12
Zen zen zen
Zong zing zen
Tic toc ten...
Ten ten ten
The ten bulls of zen
I see them, I read them, I taste them
I throw them in the garbage of zen
Washing my mouth
Spitting this zen
Using it to clean the boot
That kicks my zen ass


29/12
Thanks to the darkness
where my soul can rest
after lives of seeking and journeying.
Mother has opened her arms
pulling me in
is shelter from the blinding light.
Thanks to the valley
where I can lie in peace,
and listen to the slowing down of my breath
and feel the expanding in the heart.
Earth cracking its crust letting me in
is food for my thirsty roots.
Thanks to the void
where all appearances dissolve,
and these conflicts and pains
that we love so much become so light.
Space beyond space where "I" is not,
is love for God and its fulfilment


31/12/2015
Riflessioni mattutine sulI’imperialismo amerinese (americano + giapponese), i selfies e il narcisismo.

Questa mattina verso le 5.30 sono andato a correre come faccio spesso sulla spiaggia di Bondi dove vivo. C'erano alcuni surfers e pochi altri e, tra quelli che camminavano o erano seduti sulla spiaggia, almeno la metà erano impegnati con il loro telefonino, mandando messaggi, facendosi selfies o chiacchierando, e apparivano completamente disconnessi con la bellezza che li circondava. Niente di nuovo in quello che sto dicendo, sono abbastanza certo che anche voi avete fatto un’esperienza simile negli ultimi anni e notato questa “strana atmosfera”.

Parte 1
Il Giappone è il paese che più di qualunque altro ha subito negli ultimi cinquant’anni un quasi totale sconvolgimento della propria identità. Tra il 1943 e il 1945 è passato da essere incredibile potenza militare, crudele ed efficiente, a vittima del genocidio di massa delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Quell'esperienza ha radicalmente annichilito e destrutturato l'immagine di se' del popolo giapponese lasciandolo perso e trasecolato, distrutto nel corpo, il cuore, la mente e l'anima. La ricostruzione è avvenuta in gran parte copiando i modelli culturali ed economici occidentali cercando di ritrovare la propria anima, innanzitutto pragmaticamente ritrovando la capacità di sopravvivere. ?Negli anni 60 il Giappone cominciò a sfornare gli stessi prodotti che nascevano in America e in Europa, facendoli spesso meglio e a miglior prezzo, copiando e migliorando. Lo stereotipo diffuso del giapponese era quello del lavoratore-formica e, più tardi, verso l’inizio degli anni 80, quello dei gruppi di turisti impegnati in massa a fotografare tutto quello che visitavano e soprattutto se stessi in quel tutto. Vi ricordate come li prendevamo in giro (ne ho visti tanti abitando a Venezia, Firenze e la Costiera Amalfitana…)? E come ci sembravano strani? Eppure erano avanti alcuni anni mentre cercavano di ritrovare la propria anima creando identità immaginarie = basate su immagini. Internet ancora non esisteva quasi ma la tendenza era in movimento: se non so chi sono come rimediare a questa mancanza? Ecco, posso creare una traccia fotografica, una serie sempre più lunga e ampia d’impronte fatta d’immagini di me e del mondo in cui mi trovo a vivere…In questi ultimi anni, grazie alla diffusione di massa dei telefoni/macchina fotografica la tendenza così coraggiosamente iniziata dai turisti giapponesi è diventata pratica mondiale:…aspetta, come mi sento oggi? Chi sono oggi? Mi faccio un bel selfie, anzi due, meglio ancora tre e mi metto in posa e mi creo, e mi creo, e mi creo…e ci credo…e magari ci credono anche gli altri…CHE ESISTO….senza accorgercene siamo diventati forse quello che deridevamo? ?La personalità, e cioè la falsa identità della maschera sociale è sempre stata solo e fondamentalmente una collezione d’immagini, impressioni, tracce nella memoria cucite insieme in quella che amiamo chiamare la nostra storia personale. Quelle memorie, quelle immagini ci danno un falso senso di continuità e d’identità definiti da eventi, relazioni, situazioni e non evidentemente dall’immediata e diretta conoscenza ed esperienza di chi sono. Mi conosco attraverso gli oggetti dell’esperienza e le immagini che mi porto dentro di me e del mondo formato da quegli oggetti di cui io anche sono uno. Oggi oltre alla memoria abbiamo anche collezioni interminabili d’immagini digitali che possiamo continuamente rivisitare per riconfermarci nel senso di esistere. Cominciano ad apparire le prime crisi d’identità da perdita di telefonino…mi raccomando fai attenzione…
In parte 2: tu vufa’ lamericano…o: esisto se l’altro mi vede..steve jobs, zuckerberg e l’arte dell’apparire al centro dello spettacolo (…anche solo per il tempo di un post….).

01/01/2016
Parte 2
Se Steve Jobs ha creato e diffuso a livello di massa (insieme ad altri…) i mezzi fisici attraverso cui immortalare le proprie immagini, Zuckeberg ha creato il palcoscenico su cui diventare protagonista ogni momento, ad ogni ora, aldilà di razze, confini, religioni, ecc. Il sogno americano della performance continua, dello spettacolo che non finisce mai e la possibilità di creare senso d’identità all’ennesima potenza. Il narcisismo passa da patologia individuale a fenomeno sociale inavvertitamente smascherando la realtà più profonda del narcisismo stesso che non è assolutamente mai stata solo patologia limitata a qualche individuo bensì realtà esistenziale per l’assoluta maggioranza dell’umanità. Il narcisismo infatti non è solo l’adorazione della propria immagine che è solo aspetto più esterno quanto la disconnessione spesso quasi totale con lo spirito. L’immagine è creata e necessaria per nascondere la separazione dal Se’ autentico, l’alienazione più radicale e dolorosa dalla propria anima. Allora creo rappresentazioni di me, le condivido, sempre più compulsivamente e abitualmente e nutro l’ipnosi di esistere e sapere di esistere attraverso il riflesso del mondo intorno a me.
Il ciclo immagine-post-riflesso è il fenomeno che definisce la mia percezione di me stesso e il mio senso d’identità, così come del mio benessere che è sollievo che ho appena avuto sei o sette mi piace, soddisfazione che ora sono già diciannove, compiacimento per quei quarantadue che sì mi capiscono e, per un attimo c’è anche quella pace che è così necessaria, quella pausa così preziosa….non cerco, non vado da nessuna parte…non aspetto il prossimo I like…
Sì c’è anche questo. L’intelligenza dello spirito traspare anche attraverso l’apparente follia delle rappresentazioni…almeno per chi ha un minimo di presenza e consapevolezza ed è in grado di accorgersi di cosa succede quando anche solo per un attimo non c’è immagine e bisogno di specchi…Sì, dietro l’ombra del narcisismo di massa c’è “già e sempre” l’immensità dello Spirito e della inevitabile, ineluttabile direzione verso l’attualizzazione dell’Essere.
Buon viaggio cybernauti.

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Comments

Anna Moroni wrote...

Grazie

Anna wrote...

Ciao Avikal , grazie

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Commento:
 

"Il modo in cui ora guardo alla mia vita, alle situazioni, ai cosidetti "problemi" contempla possibilita'  e risorse per me inimmaginabili fino a poco tempo fa"

- Valentina Franchi
bancaria

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