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L’immagine di se stessi e l'attaccamento

Posted on Oct 10, 2012 by Avikal

 


Una delle funzioni principali del Superego è quella di assicurare la nostra sopravvivenza, ma sopravvivenza di chi? Chi è che deve e vuole sopravvivere? Cosa c’e’ al centro della personalità che il giudice difende con tale intensa dedizione?
Al centro della personalità c’e’ quella che la psicologia chiama “il senso d’identità”: quello che/chi credi di essere. E, precisamente, c’e’ un’immagine di te stesso creata nel tempo con cui continui a identificarti.
Quando ti alzi al mattino, come fai a riconoscerti? Come sai che sei tu che cominci a pensare, che senti il corpo che si sveglia, che apri gli occhi, che ti stiracchi, fai programmi e butti i piedi giù dal letto? Lo so la domanda sembra assurda, ma lo è davvero? Cos’e’ che definisce la tua identità? Cos’e’ che chiami IO? E come ti ritrovi? La scienza, soprattutto la fisica quantica e la biochimica, stanno cercando le loro risposte ma dal punto di vista della spiritualità e’ chiaro che il fenomeno dell’identità e’ basato su una colla chiamata attaccamento. Attaccamento è un movimento nella consapevolezza che s’identifica con immagini del passato. Immagini che vivono non solo come forme pensiero ma soprattutto come contenuti emozionali, cristallizzazioni energetiche e tensioni nel corpo.
So che esisto perché ho un certo tipo di pensieri, un certo tipo di emozioni e un certo tipo di tensioni fisiche e tutto ciò è, nel suo insieme, unicamente e specificamente ME. Mi riconosco anche perché’ ho una dinamica interna col mio superego: paradossalmente, il superego attaccandomi mi definisce. Quindi so chi sono anche perché reagisco in un certo modo, mi difendo in un certo modo, ho un certo tipo d’ansietà e certi giudizi e pregiudizi. Ho insomma un certo tipo di rapporto interno con i miei genitori e la mia storia personale e sono, in modi diversi e contraddittori, attaccato a questa storia.
Tutto ciò coesiste e forma un’immagine del se’, un’immagine che include la maschera sociale, il modo in cui si vede e percepisce se stessi e l’immagine del proprio corpo. Io sono il modo in cui mi vedo e mi sento più il modo in cui mi presento gli altri. Questa immagine composita ha inoltre due lati, uno interno ed uno esterno: quello interno lo vedi solo tu, quello esterno e’ quello che vedono gli altri. Nella maggior parte dei casi c’e’ una distanza, una scissione, tra l’immagine esterna e quell’interna. Per esempio puoi essere magra ma internamente ti vedi e senti grassa, oppure tutti ti dicono che sei svelto e intelligente e tu continui a sentirti lento e mai abbastanza brillante, oppure all’esterno mostri come sei generoso ma dentro sei lì a fare i conti fino all’ultimo centesimo e ti senti sfruttato, oppure dentro ti senti sporca per le tue immaginazioni sessuali ma fuori fai la santa.
L’immagine del se’ esiste come una collezione di confini, di definizioni di me, di concetti che ho su me stesso, basati sulle mie esperienze passate.
Questi concetti, questi confini, esistono come vere e proprie strutture invisibili nello spazio e definiscono il nostro spazio interiore e la nostra percezione di quello esterno. Quando la nostra attenzione e’ attaccata ad una immagine di noi stessi negativa, scura, da nascondere, contratta, che giudichiamo sbagliata e così via, allora la percezione del nostro spazio interiore e’ soffocante, pesante, claustrofobica, frustrante, e lo stesso avviene per lo spazio intorno a noi: il mondo e’ grigio, ostile, oppressivo, un posto dove non c’e’ bellezza e amore. Quando la nostra attenzione e’ attaccata alla nostra immagine positiva allora le cose vanno un po’ meglio ma per un periodo normalmente breve perché ben sappiamo che quella che mostriamo e’ solo un’immagine e non la nostra vera natura e che dietro ci sono i nostri scheletri nell’armadio. Questo senso di “non essere reali” e’ profondamente radicato in noi e continua a comparire appena la nostra immagine positiva per una ragione o l’altra viene grattata, insieme alla costante paura di essere smascherati.
Eppure siamo così attaccati a quest’immagine! Le sue fondamenta sono la condensazione di migliaia di mattoni fatti di ricordi, emozioni, sensazioni fisiche e immagini dei primi anni di vita e della storia del nostro rapporto con mamma e papà: questa immagine contiene i loro desideri e aspettative, tutto ciò che volevano che tu fossi e tutti i modi in cui hai cercato di farli contenti e tutti i modi in cui hai cercato di fuggire ed essere diverso. Questa immagine e’ casa tua, familiare, sempre disponibile, intima, protettiva. E quando sei lei non sei mai sola, mamma e papà sono sempre con te, sono una parte intrinseca di quella immagine. Ecco quindi l’attaccamento e la paura dello sconosciuto: chi sono io senza la mia storia personale? Chi sono io, nel presente, qui e ora, senza passato?

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Comments

lino wrote...

forse sono ancora in un tempo di deserto da non evadere,tuttavia mi chiedo quanto sia possibile vivere senza un senso di appartenenza e senza un\'immagine di sè. se sono incarnato in una forma ,questa ha un\'immagine interna o esterna, bella o brutta. posso non attaccarmici troppo, ma è sempre una forma\\immagine da cui non posso prescindere. certo non sono solo forma,ma se la stò incarnando avrà pure un senso!la osservo ok. la vita prende infinite forme \"tutte divine\" ma questo non vuol dire che siano necessariamente estatiche. a volte sono tentato di cercare la migliore forma possibile,consapevolmente, piuttosto che macerarmi nell\'oscuro buco del non sapere chi sono. sono e basta, anzi ogni cosa è , e basta.

danielaliaci wrote...

eccole, le parole che mi toccano,: non sono reale.
proprio ora in questo momento, beccata, faccio l\'attrice, non sono io? verro smascherata? io posso essere grande?
sono brillante, potente sicura brava o sono un \"Bluff\"?

lino wrote...

a volte mi chiedo se non sarebbe più efficace lavorare con la frase: chi ti credi di essere, piuttosto che : chi è dentro.

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"Il modo in cui ora guardo alla mia vita, alle situazioni, ai cosidetti "problemi" contempla possibilita'  e risorse per me inimmaginabili fino a poco tempo fa"

- Valentina Franchi
bancaria

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